ADELIA DE PADOVA

ADELIA DE PADOVA

Adelia è un’artista che trasforma la pittura in un racconto di memoria e creatività. La sua tecnica intreccia frammenti di passato e radici profonde, dando vita a opere in cui il gesto di sfilare la trama della tela diventa un atto simbolico di riscoperta. Figlia di un pittore e scultore, ha assorbito fin da bambina la sapienza del mestiere, osservando le mani del padre plasmare la creta e quelle della madre tessere al telaio. Anche il ricamo a giorno, insegnatole dalla nonna, ha lasciato un segno nel suo approccio artistico, fatto di sottrazione e ricostruzione. Nelle sue opere, ogni filo sfilato diventa un ponte tra passato e futuro, trasformando la memoria in possibilità e creando un dialogo senza tempo tra eredità e innovazione.

Cos’è per te l’arte? E come definiresti la tua?

L’arte è un linguaggio profondo e istintivo, un mezzo per esplorare e dare forma a ciò che non si può esprimere a parole. Per me è ricerca, memoria e trasformazione. La mia arte è un intreccio tra materia e assenza, tra costruzione e sottrazione: il gesto di sfilare la tela diventa una metafora della fragilità umana e della connessione tra passato e presente.

Il gesto di sfilare la tela è centrale nel tuo lavoro. Quando hai scoperto questa tecnica e cosa rappresenta per te?

Ho iniziato a sperimentare questa tecnica quando ho scelto la juta grezza come supporto per i miei dipinti. Il tessuto, con la sua trama irregolare, mi ha suggerito l’idea di lavorare sulla materia stessa, non solo dipingendola ma anche sottraendone una parte. Sfilare la tela è un gesto che richiama la memoria, il ricordo che si dissolve, ma anche la possibilità di ricucire, di trovare nuovi significati nel vuoto.

La memoria e le radici familiari sembrano essere una grande fonte di ispirazione. C’è un ricordo o un momento particolare che ha segnato il tuo percorso artistico?

Più che un momento preciso, è stato un cambiamento di vita a segnare il mio percorso artistico. Da quando non lavoro più e le mie figlie sono adulte, ho avuto finalmente il tempo di dedicarmi completamente alla pittura. Questo spazio ritrovato mi ha portato naturalmente a guardare indietro, a riscoprire le mie radici e a riflettere su ciò che mi ha sempre accompagnata, anche nei momenti in cui l’arte era solo un desiderio inespresso. Così, la memoria è diventata parte del mio lavoro, non solo come tema, ma come traccia viva dentro ogni mia opera. Ho realizzato tutto questo anche al grande supporto di mio marito, che mi affianca in questo viaggio artistico.

Nelle tue opere il passato si intreccia con il futuro. Qual è il messaggio che vuoi trasmettere attraverso questo dialogo tra ciò che è stato e ciò che sarà?

Voglio raccontare la continuità della vita, il modo in cui le esperienze, le storie e le emozioni si stratificano e ci plasmano. Le mie opere parlano di connessioni invisibili, di legami che sopravvivono al tempo, di fragilità che diventano forza.

Quanto ha influito l’arte di tuo padre e il lavoro artigianale di tua madre sul tuo modo di creare?

Mio padre mi ha trasmesso l’abilità di sperimentare. Dipingeva su qualsiasi materiale ed era abile anche con la creta, sempre alla ricerca di nuove forme espressive. Da bambina mi incuriosiva il modo in cui si immergeva totalmente nella sua arte, entrando in una sorta di trance creativa. Ora, vivendo l’arte in prima persona, so esattamente cosa provava. Mia madre, invece, da giovane usava il telaio per tessere. Forse la mia trama sfilata arriva proprio da lei, e mi piace pensarlo: come se quel gesto, così antico e paziente, fosse rimasto impresso in me e oggi si fosse trasformato in una nuova forma di espressione.

Il ricamo a giorno, che ti ha insegnato tua nonna, è una tecnica di sottrazione e ricostruzione. In che modo questa idea si riflette nelle tue opere?

Sfilare e ricamare sono due movimenti opposti ma complementari: da un lato la perdita, dall’altro la ricostruzione. Nel mio lavoro, questa dualità si manifesta nel dialogo tra pieno e vuoto, tra la trama sfilata e il colore che la attraversa. È un processo che parla di fragilità, ma anche di resistenza e trasformazione.

C’è un progetto futuro o una nuova sperimentazione artistica a cui stai lavorando?

Ho alcune mostre collettive in programma, ma per scaramanzia preferisco non parlarne troppo in anticipo. Nel prossimo futuro, il mio desiderio è riuscire a realizzare una mostra personale, ma so che è un passo importante. Per questo sto dedicando molto tempo allo studio del disegno, cercando di migliorare il più possibile e di approfondire il mio linguaggio artistico.

Descriviti in tre colori.

Blu, per la profondità emotiva.
Ocra, per il legame con la terra e le radici.
Bianco, per la luce e la possibilità di trasformazione.

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