Classe 1989, si presenta al pubblico con lo pseudonimo Vivo e Veneto, un omaggio alle sue origini. Il suo primo approccio alla fotografia avviene all’età di sei anni, quando diventa il “fotografo ufficiale” della famiglia. Fin da piccolo, trova nella fotografia il mezzo ideale per esprimere la propria creatività e il desiderio di raccontare. Da autodidatta, porta avanti la sua passione per anni, fino al 2009, quando si avvicina al mondo della fotografia digitale. Nel 2016 inizia a sperimentare con le reflex e decide di approfondire la propria formazione frequentando un corso tenuto dal fotografo Ivano Fusetti. Parallelamente, amplia le sue conoscenze attraverso la lettura di testi dedicati alla tecnica e alla composizione fotografica. Nel corso degli anni, realizza diverse serie fotografiche, alternando progetti di carattere artistico e documentaristico. Nonostante l’avvento del digitale, predilige la fotografia analogica, con una particolare predilezione per il bianco e nero. Tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023, grazie agli insegnamenti del Maestro Gianfranco Lunardo e all’artigiano Riccardo Gazzarri, si avvicina alla fotografia stenopeica, una tecnica che oggi rappresenta la sua principale forma di espressione.
Cos’è per te l’arte?
L’arte, per me, è prima di tutto una forma di evasione e, in alcuni casi, una vera e propria meditazione.
Il tuo pseudonimo è un omaggio alle tue origini. In che modo il Veneto ha influenzato il tuo approccio alla fotografia?
Anche se non mi dedico esclusivamente a raccontare il territorio e le tradizioni del Veneto, spesso una parte di esso è presente nei miei lavori. Ho trovato un filo conduttore persino nella mia prima serie, Latium, dedicata ad alcune zone dell’Agropontino.
Sei partito come autodidatta e hai poi approfondito con corsi e letture. Qual è stato il libro o l’insegnamento che ha cambiato il tuo modo di fotografare?
Domanda difficile. Non c’è stato un solo libro che ha cambiato il mio approccio alla fotografia, ma se dovessi sceglierne uno, penserei a un testo di Franco Fontana, in cui propone una serie di esercizi per imparare a vedere, oltre che a guardare.
Prediligi la fotografia analogica e in bianco e nero. Cosa ti affascina di più rispetto al digitale?
Essendo nato alla fine degli anni ’80, per la mia generazione è stato naturale iniziare a fotografare su pellicola. Amo il processo di sviluppo e stampa, il vedere un’immagine nascere un po’ alla volta. Trovo questo percorso più appagante rispetto al visualizzare immediatamente una foto digitale su uno schermo. Non dico che uno sia meglio dell’altro, sono semplicemente due approcci diversi.
Come è nata la tua passione per la fotografia stenopeica e cosa ti ha colpito di questa tecnica?
Mi ha affascinato la semplicità del mezzo e la possibilità di creare immagini uniche. La fotografia stenopeica, per me, è perfetta perché, come dicevo prima, considero l’arte una forma di meditazione. Questa tecnica mi permette di rallentare, di fermarmi a pensare e immergermi completamente nel paesaggio.
Le tue serie fotografiche spaziano tra arte e documentazione. Come scegli i soggetti da raccontare?
Non seguo criteri rigidi di scelta. Ad esempio, nel progetto Essenza alcune immagini nascono da sogni che ho fatto, altre dall’ascolto di brani musicali che mi hanno ispirato.
Qual è stato il progetto che più ti ha emozionato realizzare finora?
Sicuramente Uno, perché è stato il mio primo lavoro realizzato interamente con la macchina stenopeica.
Come descriveresti il tuo stile fotografico in tre parole?
Osservare, meditare, trasmettere.
Quali sono i fotografi che più ti hanno ispirato nel tuo percorso?
Domanda difficilissima! Su due piedi, direi Gianni Berengo Gardin, Mimmo Jodice, Franco Fontana, Luigi Ghirri e Maurizio Galimberti, ma la lista potrebbe essere molto più lunga.
L’assenza di colore nelle tue fotografie le rende più evocative. Come lavori con luce e ombre per ottenere l’effetto desiderato?
Se parliamo di fotografia stenopeica, non esiste una vera e propria tecnica: non ci sono lenti né possibilità di regolare il diaframma. Per questo motivo, è fondamentale concentrarsi sulla composizione e sull’esposizione per ottenere immagini ben bilanciate.
Hai in programma nuove sperimentazioni o progetti futuri?
Assolutamente sì! Da pochi mesi mi sono avvicinato alla cianotipia, una delle tecniche di stampa fotografica antiche, e sto esplorando le sue potenzialità.




