ALESSANDRO ANDREUCCETTI

ALESSANDRO ANDREUCCETTI

Alessandro, nato nel 1955 in Toscana, ho sempre avuto una profonda connessione con l’arte e la bellezza che mi circonda. La mia formazione in arte e architettura a Firenze ha rappresentato un capitolo fondamentale della mia vita, permettendomi di esplorare e affinare le mie abilità artistiche. Fin dai primi passi della mia carriera, ho avuto l’opportunità di esporre i miei lavori di pittura e grafica, condividendo la mia visione con il pubblico. La mia predilezione per le tecniche ad acqua, in particolare l’acquarello e l’acrilico, riflette il mio desiderio di catturare la fluidità e la vivacità della natura. Ogni composizione astratta che creo è un omaggio alla bellezza del mondo naturale, da cui traggo costantemente ispirazione. La mia arte è un viaggio attraverso colori e forme, un’esplorazione della relazione tra l’uomo e l’ambiente che lo circonda. Con ogni opera, spero di trasmettere emozioni e di invitare gli spettatori a vedere il mondo attraverso i miei occhi, celebrando la meraviglia della natura e la sua infinita varietà.

Cos’è l’arte per te?

L’arte è un cammino, si cade, ci si rialza, ci si incontra, si scoprono cose altre si perdono ma l’importante è andare avanti. Seguendo ognuno la propria stella e poi “avanti fino al mattino”.

Cosa ti ha spinto a specializzarti nelle tecniche ad acqua, come l’acquarello e l’acrilico? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che erano il mezzo ideale per esprimere la tua visione?

Agli inizi della mia esperienza artistica usavo prevalentemente i colori ad olio sulla scia di tutti gli artisti che studiavo sui libri, allora ero molto affascinato dagli impressionisti; l’olio rappresentava per me il mezzo per avvicinarmi all’arte di Renoir, Monet e gli altri. Poi ho scoperto Turner, in particolare una scena navale in cui, praticamente, non si capisce bene cosa accade ma si riesce ad entrare talmente in sintonia con quelle macchie di colore che non si vorrebbe più staccare gli occhi. Approfondendo la conoscenza di Turner ho scoperto tutta una serie di pittori e pensatori che facevano il “Gran Tour”, veneivano in Italia e dipingevano le scene in acquarello. Le loro descrizioni, i loro materiali mi sono entrati in testa così profondamente che non ho resistito a provare anch’io e sono rimasto imprigionato dall’odore che emanava dai tubetti di colore, dalla superficie della carta bianca di cotone che è quasi un sacrilegio usarla, dai preziosissimi pennelli dalle setole morbide che riescono a catturare acqua e pigmenti. Da allora è nata la mia passione per gli acquarelli!

 La tua formazione in arte e architettura a Firenze ha influenzato il tuo approccio all’astrattismo? In che modo l’aspetto architettonico si riflette nelle tue composizioni?

Alla fine degli anni Settanta quando frequentavo l’università in architettura si parlava molto del Movimento Moderno, del Bauhaus e di architetti che hanno rivoluzionato il modo di concepire l’architettura e la città. Tutto questo ha lasciato in me tracce non cancellabili: l’amore per il design, il rapporto rigoroso con la progettazione, lo studio attento di forme, colori e materiali, l’interazione con la natura. Erano tutti concetti che si manifestavano perfettamente attraverso l’astrattismo, basti pensare alle tele di Mondrian e ai grattacieli di Mies Van der Rohe, lo studio dei colori di Klee e l’immaginifico mondo di Kandinskij. Proprio quest’ultimo è stato il punto di partenza del mio percorso artistico, il suo “Primo acquarello astratto” del 1013 che, pur essendo un semplice schizzo, mi aprì la mente all’astratto e all’acquarello e da quel momento è iniziata la mia ricerca.

Le tue opere celebrano la natura. C’è un luogo specifico in Toscana o altrove che ti ispira particolarmente?

Sono nato a San Gimignano, una piccola città tra Siena e Firenze famosa in tutto il mondo per le sue torri medievali ma ricca soprattutto di arte, di affreschi, di palazzi, di storia e, cosa fondamentale, immersa completamente nella natura delle colline toscane. Ecco quando ho bisogno di ispirazione o semplicemente di “ricaricare le pile” mi basta passeggiare per la campagna toscana e, con il mio taccuino sempre con me, disegnare e schizzare idee che nascono dall’osservare un cespuglio o delle foglie sul ramo o un profumo o dei colori che sbaluginano nel bosco.  Io prendo appunti, faccio foto e poi in studio rielaboro tutto. Questo è il mio “Porto sicuro”.

Come scegli le palette di colori per le tue composizioni astratte? Segui l’istinto del momento o hai un processo ben definito?

La scelta dei colori costituisce un momento cruciale del processo di creazione, io personalmente parto sempre da un colore che ho in mente e, prima ancora di stenderlo sulla tela, seleziono già gli altri colori che lo accompagneranno e in quali proporzioni. Non è sicuramente un processo matematico però è un’abitudine che ho consolidato dai tempi del liceo quando studiavo la teoria del colore e facevo pratica con la ruota dei colori.

Lavori più spesso su impulso emotivo o pianifichi attentamente ogni opera prima di iniziare?

Prima di mettermi al lavoro su un dipinto studio sempre il layout della tavola, le masse di colore, i vuoti ed i pieni, il chiaroscuro. Questa è la fase degli schizzi e degli appunti, poi passo a scegliere i colori con le mazzette di Pantone. Un po’ come si fa quando ci si approccia ad un progetto architettonico o un arredamento. Questa che ho descritto è la fase “razionale” dove le regole assumono grande importanza ma poi arriva la fase realizzativa in cui, pur partendo da presupposti consolidati, può succedere di tutto, anche lo stravolgere completamente i progetti perché possono accadere  eventi imprevisti e imprevedibili come un colore non soddisfacente, un calcolo sbagliato delle proporzioni, il disegno preparatorio insoddisfacente o, più semplicemente, il cambio di umore, una musica coinvolgente… tutte cose che alla fine riescono ad influenzare positivamente o negativamente il lavoro.

Hai esplorato altre tecniche oltre agli acquerelli e agli acrilici? Se sì, quali e cosa ti hanno insegnato sul tuo modo di fare arte?

Praticamente ho attraversato tutti i generi e tutte le tecniche artistiche. Ho iniziato con la china per I miei disegni, ho realizzato anche molti fumetti, poi ho attraversato il periodo del carboncino, mani sporche tutto il giorno e lacca per capelli per fissare i disegni. Infine è arrivato l’olio su tela, su legno, su pietra su vetro, su qualsiasi superficie a portata di mano però c’era il problema che i diluenti mi davano fastidio ai polmoni e così ho dovute abbandonare. Sono passato all’acrilico e non l’ho più abbandonato.

Il tuo rapporto con la natura sembra molto profondo. Come ti approcci alla sfida di rappresentare la sua fluidità e complessità nell’astrattismo?

È una sfida interessante e intrigante iniziata tanti anni fa osservando il movimento delle foglie sugli alberi. Disegnare e dipingere le foglie permette di entrare in sintonia con la natura, esprimono una musicalità ancestrale, le loro linee sinuose invitano il pennello a danzare sulla tela e i colori evidenziano la meraviglia che circonda. Quello che conta è riuscire a percepire le geometrie che si propongono all’osservazione, le foglie, i rami, le nuvole, i fiori fanno tutti parte di un quadro generale da cui attingo, come un fotografo con il teleobiettivo, particolari, colori, segni che riassemblo secondo una poetica che si rifà a tutta una serie di insegnamenti di maestri del passato e del presente, penso a Kandinskij, Mondrian, Klee, Cezanne e a tanti amici artisti con cui condivido ancora il mio lavoro.

Cosa speri che il pubblico provi osservando le tue opere? C’è un’emozione particolare che cerchi di suscitare?

Quando mostro un dipinto in atelier o in una esposizione c’è sempre la curiosità dell’impatto col pubblico, mi piacerebbe poter dire che non mi interessa ma non è così, alla fine il dialogo tra l’artista e il suo pubblico è un fattore determinante quindi l’emozione che vorrei suscitare è l’amore per la vita, la natura e la mia arte.

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