Carmen (Bari, 1993) ha un percorso formativo e professionale radicato nel settore giuridico e investigativo. Dopo aver frequentato una scuola militare dal 2012 al 2015, si laurea in giurisprudenza e si specializza in terrorismo. Dal 2017 lavora nella polizia giudiziaria presso la procura penale del tribunale, occupandosi da quasi otto anni di reati penali. Dopo essere diventata mamma di due bambini, decide di approfondire la sua passione per la criminologia e le scienze forensi, studiando casi realmente accaduti. Da qui nasce il suo progetto “Equilibrio Borderline”, uno spazio personale in cui analizza le menti criminali dei serial killer, tratta casi irrisolti, sviluppi investigativi e altre curiosità sul mondo del crimine. L’idea si evolve con la creazione di un canale YouTube, in cui esplora la vita e il percorso psicologico dei serial killer, andando oltre la semplice etichetta di “mostro” e cercando di comprendere i fattori che hanno contribuito a deviare la loro mente. Un viaggio affascinante e inquietante nel lato oscuro della psiche umana.
Cosa ti ha spinto a creare “Equilibrio Borderline”? C’è stato un caso in particolare che ti ha ispirata?
Non c’è stato un caso specifico, ma una frase detta dal fratello di un serial killer americano durante un’intervista mi ha davvero colpita: “Ma perché nessuno si chiede il motivo per cui l’ha fatto?”. Questa riflessione mi ha fatto pensare profondamente. Spesso è troppo facile etichettare un criminale come un “mostro” e chiudere la discussione lì, senza interrogarsi sulle motivazioni che lo hanno spinto ad agire in quel modo. Ecco, questo è stato il punto di partenza per “Equilibrio Borderline”.
Nel tuo lavoro di analisi delle menti criminali, hai mai trovato un caso che ha messo in discussione le tue convinzioni sul crimine e la giustizia?
Sì, purtroppo più di uno. La realtà è che quando mi trovo a fare i conti con crimini irrisolti, spesso dovuti a cavilli giudiziari o vizi di forma, mi sento messa in discussione, come se la giustizia fosse stata offuscata o distorta.
Come bilanci il tuo ruolo nella polizia giudiziaria con la tua passione per la criminologia e la divulgazione?
È una domanda interessante. Cerco sempre di sfruttare ciò che apprendo in ambito lavorativo per arricchire la mia passione per la criminologia e viceversa. Ogni esperienza sul campo mi offre uno spunto che posso utilizzare nei miei studi e nelle mie divulgazioni, mentre il mio lavoro da divulgatrice mi permette di esplorare e analizzare casi con una visione più ampia, che a volte può anche aiutarmi nelle indagini reali. È un continuo scambio tra pratica e teoria.
Qual è l’aspetto più difficile dell’analizzare i serial killer dal punto di vista umano e non solo criminale?
Il più grande ostacolo è sicuramente riuscire a liberarsi da pregiudizi legati ai crimini commessi. Quando si analizza una mente criminale, specialmente quella di un serial killer, è facile farsi sopraffare dalla brutalità dei suoi atti. Tuttavia, per arrivare a una comprensione più profonda, è fondamentale superare questi preconcetti e cercare di comprendere le ragioni che hanno portato alla destabilizzazione della sua salute mentale. È una sfida emotiva, ma è anche ciò che rende il mio lavoro tanto stimolante.
Hai mai avuto l’opportunità di entrare in contatto con le famiglie dei criminali o delle vittime?
Sì, mi è capitato, e devo dire che è una situazione davvero complessa da gestire. Parlare con le famiglie dei criminali ti costringe a confrontarti con una realtà nuova e difficile da giudicare. Allo stesso modo, interagire con le famiglie delle vittime implica un forte carico emotivo, perché inevitabilmente ti trovi a fare i conti con il dolore e la sofferenza che hanno vissuto. Entrare in contatto con queste persone ti fa vedere la situazione sotto una luce completamente diversa e ti insegna a non ridurre mai nulla a una visione troppo semplice.
Nei tuoi canali social esplorerai il passato dei serial killer: credi che il contesto familiare e sociale sia sempre determinante nella loro evoluzione?
Sì, credo che un contesto familiare disfunzionale e un ambiente sociale negativo possano avere un impatto enorme sulla formazione di un serial killer. Certamente, non è l’unico fattore determinante, ma spesso mi chiedo come sarebbe andata la vita di certi individui se fossero cresciuti in un contesto più sano e stabile. Il trauma psicologico che molti di loro portano con sé è spesso radicato in un passato segnato da abusi o trascuratezza. Questi fattori, insieme ad altri, possono contribuire a plasmare il loro destino.
Quali sono i casi irrisolti che più ti affascinano e su cui vorresti fare nuove ricerche?
Tutti i casi irrisolti mi affascinano. E per caso irrisolto intendo anche quelli in cui si è arrivati a condannare persone innocenti. Un esempio che mi colpisce particolarmente è la strage di Erba, un caso che ha scosso profondamente l’opinione pubblica. La possibilità che siano stati condannati dei colpevoli sbagliati, sulla base di prove discutibili, mi spinge a voler fare luce su situazioni simili. La giustizia, quando è ingiusta, può devastare vite e per questo è importante continuare a indagare.
C’è un messaggio che vuoi trasmettere al pubblico attraverso il tuo progetto?
Il messaggio che mi piacerebbe trasmettere è che, prima di etichettare un criminale come un “mostro”, dovremmo fare uno sforzo maggiore per cercare di capire cosa ha determinato le sue azioni. Non si tratta di giustificare i crimini, ma di comprendere le cause profonde che li hanno originati. Voglio educare il pubblico a guardare oltre l’apparenza, a superare i pregiudizi e a riflettere sulle motivazioni psicologiche e sociali che possono influenzare le scelte criminali.
Descriviti in tre parole.
Intraprendente, pragmatica e testarda.

