CLAUDIO CAPORASO

CLAUDIO CAPORASO

Claudio è uno scultore la cui ricerca artistica si sviluppa tra sperimentazione e riflessione critica, con un forte legame tra tradizione e contemporaneità. Le sue opere puntano a un messaggio chiaro e diretto, con una particolare attenzione alla figura femminile come simbolo di forza e sensibilità. Tra i suoi riferimenti spiccano la scultura classica e un linguaggio espressivo essenziale ma potente. Con il progetto Do Not Disturb, affronta il tema della violenza sulle donne, dimostrando il valore dell’arte come strumento di consapevolezza sociale. Il suo lavoro prosegue nella direzione dell’identità e della memoria, esplorando il rapporto tra forma, equilibrio e tensione emotiva.

Il tuo lavoro si sviluppa tra sperimentazione e riflessione critica. Quali sono i principi cardine della tua ricerca artistica?  

Il mio lavoro si fonda su alcuni principi chiave: la chiarezza del messaggio, la forza espressiva della forma e il legame tra tradizione e contemporaneità. Non creo per il semplice gusto della sperimentazione, ma per comunicare in modo diretto ed efficace. L’arte, per me, non deve essere ambigua o criptica: deve parlare a tutti, suscitando emozioni autentiche e immediate. Rivisito la classicità con un linguaggio attuale, mantenendo sempre un forte ancoraggio alla tecnica e alla materia. Credo che la bellezza e l’armonia siano fondamentali, non come semplice estetica, ma come mezzo per trasmettere idee profonde. La mia ricerca è anche un’indagine sull’identità, sul corpo, sulle relazioni umane, con particolare attenzione alla figura femminile, che rappresento come simbolo di forza e sensibilità.

Quali sono stati i riferimenti teorici o visivi che hanno maggiormente influenzato il tuo percorso?

I miei riferimenti affondano le radici nella scultura classica, ma non in modo nostalgico o accademico. Artisti come Michelangelo e Canova mi hanno influenzato per la loro capacità di dare vita alla materia, trasmettendo emozioni universali con una perfezione formale che ancora oggi resta insuperata. Tuttavia, il mio sguardo non è rivolto al passato, ma a una reinterpretazione contemporanea della scultura, dove la tradizione si rinnova senza perdere la sua forza comunicativa. Visivamente, sono attratto dalla sintesi delle forme, dall’equilibrio tra pieni e vuoti, dalla tensione tra dinamismo e staticità. Non mi interessa l’astrazione fine a sé stessa né la sperimentazione priva di basi tecniche. Per me, un’opera deve essere riconoscibile, comprensibile e capace di dialogare con chi la osserva senza bisogno di spiegazioni.

 Ritieni che oggi l’arte debba ancora rispondere a una funzione sociale, o è più una pratica di autoindagine?  

L’arte ha sempre avuto e deve continuare ad avere una funzione sociale. Non credo nell’arte come puro esercizio di autoindagine o sperimentazione fine a sé stessa. Un’opera deve comunicare, trasmettere un messaggio chiaro e universale, capace di arrivare a tutti senza bisogno di troppe spiegazioni. Nel mio lavoro, affronto temi che parlano dell’essere umano, delle sue emozioni, delle sue battaglie interiori ed esteriori. Con il progetto Do Not Disturb, ad esempio, ho voluto sensibilizzare sul tema della violenza sulle donne, utilizzando la scultura come strumento di consapevolezza e riflessione. Credo che l’arte debba avere un impatto reale, suscitare domande, smuovere coscienze, senza però rinunciare alla bellezza e alla forza espressiva della forma.

DND si presenta come un progetto che va oltre la semplice esposizione, proponendosi come un dispositivo di riflessione attiva. Come è nata l’idea e quale ruolo ha avuto la curatela nella sua definizione?  

L’idea di Do Not Disturb è nata dalla necessità di affrontare un tema doloroso e attuale come la violenza sulle donne attraverso il linguaggio della scultura. Non volevo limitarmi a una semplice rappresentazione artistica, ma creare un vero e proprio strumento di riflessione e sensibilizzazione. L’arte, quando è chiara e potente, può scuotere le coscienze più di mille parole. Il progetto ha preso forma grazie a un dialogo costante con curatori e istituzioni che ne hanno compreso il valore e l’urgenza. La curatela è fondamentale per strutturare il messaggio, individuare gli spazi giusti e costruire un percorso espositivo capace di coinvolgere il pubblico in modo attivo. Ogni mostra, ogni installazione di Do Not Disturb è pensata per non lasciare indifferenti, per creare un impatto emotivo forte e spingere a una riflessione profonda.

In che modo il progetto DND ridefinisce il rapporto tra artista, opera e pubblico?

Do Not Disturb ridefinisce questo rapporto rendendolo più diretto e coinvolgente. Non è un progetto che si limita all’esposizione di opere, ma crea un dialogo attivo tra artista, opera e pubblico. Le mie sculture non sono solo da osservare, ma da vivere, perché toccano un tema che riguarda tutti, senza distinzioni. L’arte, in questo caso, diventa un ponte tra la mia espressione artistica e la sensibilità di chi guarda. Il pubblico non è spettatore passivo, ma parte integrante dell’esperienza: le reazioni, le emozioni e le riflessioni che le opere suscitano sono parte del progetto stesso. Do Not Disturb non vuole solo mostrare, ma scuotere, far emergere domande, rompere il silenzio su un tema spesso nascosto o ignorato.

Ritieni che la curatela, in questo caso, abbia assunto una funzione tradizionale o si sia trasformata in qualcosa di più dinamico, quasi un’estensione del processo creativo?

In Do Not Disturb, la curatela assume un ruolo più dinamico, andando oltre la sua funzione tradizionale. Non si è limitata a organizzare e contestualizzare le opere, ma è diventata parte integrante del processo creativo, aiutando a dare forma e struttura a un messaggio così forte e urgente. C’è stato un continuo scambio tra la mia visione artistica e il lavoro curatoriale, che ha permesso di rendere il progetto più incisivo e coinvolgente. La curatela ha contribuito a creare un percorso espositivo che non si limita a presentare le opere, ma guida il pubblico attraverso un’esperienza emotiva e riflessiva, amplificando il senso e l’impatto del messaggio. In questo senso, possiamo dire che la curatela di Do Not Disturb non è solo un supporto, ma un’estensione del processo creativo stesso.

Il concetto di identità e codice genetico è centrale in DND. Pensi che la curatela abbia contribuito a dare una lettura specifica di questo tema, oppure hai voluto mantenere un’apertura interpretativa?  

In Do Not Disturb, il concetto di identità è fondamentale: ogni vittima ha una storia, un volto, un’esistenza che non può essere ridotta a un numero o a un simbolo generico. L’idea del codice genetico è una metafora della singolarità di ogni individuo, della sua irripetibilità, ma anche di una memoria collettiva che ci lega tutti. La curatela ha certamente aiutato a dare coerenza e struttura a questa riflessione, ma senza mai chiudere il progetto in un’interpretazione rigida. Ho voluto mantenere un’apertura, permettendo a chi osserva di entrare in relazione con le opere in modo personale. L’arte deve porre domande, non imporre risposte: Do Not Disturb lascia spazio alla sensibilità di ciascuno, affinché ogni spettatore possa trovare il proprio punto di connessione con il tema.

In un contesto artistico in cui il confine tra artista e curatore sembra sempre più sfumato, credi che le pratiche curatoriali stiano acquisendo un ruolo autoriale?  

Negli ultimi anni, il ruolo del curatore si è evoluto, diventando sempre più vicino a quello di un autore. In molti casi, le pratiche curatoriali non si limitano più a presentare le opere, ma intervengono attivamente nella loro lettura e nella costruzione del contesto in cui vengono percepite. Questo può essere un valore aggiunto quando il dialogo tra artista e curatore è proficuo e rispettoso dell’identità dell’opera. Tuttavia, credo che l’artista debba rimanere il fulcro del processo creativo. La curatela può amplificare un messaggio, guidare il pubblico nella comprensione di un tema, ma non dovrebbe mai sovrapporsi all’intenzione originaria dell’artista. L’arte nasce da una visione e da un’urgenza personale: la curatela può valorizzarla, ma non sostituirla.

Pensi che la figura del curatore sia ancora necessaria per costruire una lettura critica dell’opera, o oggi gli artisti possono gestire autonomamente questo aspetto?  

La figura del curatore è ancora necessaria, soprattutto quando aiuta a creare un dialogo tra l’opera e il pubblico senza snaturare l’intenzione dell’artista. Una buona curatela non impone un’interpretazione, ma offre strumenti per approfondire la lettura di un lavoro, contestualizzandolo e rendendolo più accessibile. Tuttavia, oggi il ruolo del curatore è spesso sottovalutato, poiché molti artisti, grazie ai social media e ai nuovi mezzi di comunicazione, si occupano direttamente della narrazione e della promozione del proprio lavoro. Questo ha portato a un’evoluzione del sistema artistico, in cui gli artisti dedicano sempre più tempo all’immagine, alla curatela e alla strategia comunicativa, sottraendo spesso spazio alla vera essenza del loro lavoro: fare arte. Personalmente, credo che un artista debba avere piena consapevolezza del proprio messaggio e del modo in cui vuole comunicarlo, ma senza perdere di vista la ricerca e la creazione. La curatela può essere un supporto fondamentale, un potenziamento della visione dell’artista, ma non una necessità assoluta. Dipende dal contesto e dal tipo di lavoro: alcune opere parlano da sole, altre beneficiano di una guida critica che ne amplifichi il significato. Ciò che conta è che l’arte rimanga al centro, senza essere soffocata dall’attenzione all’immagine e alla comunicazione.

Come vedi il futuro della curatela in relazione alle nuove tecnologie e all’intelligenza artificiale?  

Il futuro della curatela sarà sicuramente influenzato dalle nuove tecnologie e dall’intelligenza artificiale, ma credo che il ruolo del curatore continuerà ad essere quello di mediare tra l’opera e il pubblico, mantenendo un aspetto umano e critico. Le tecnologie e l’IA offrono strumenti straordinari per l’analisi, la diffusione e la fruizione dell’arte, ma non possono sostituire la sensibilità e l’intuizione umana che un curatore porta nel costruire un percorso espositivo. Le nuove tecnologie potrebbero arricchire l’esperienza, permettendo al pubblico di interagire con l’opera in modi innovativi, ma la curatela non dovrà mai perdere il suo ruolo di interpretazione critica e di narrazione del contesto. L’arte è comunicazione e, nonostante i cambiamenti tecnologici, credo che il compito del curatore rimarrà quello di fare emergere il significato più profondo e universale di un’opera, senza cedere alla tentazione di ridurre tutto a una mera esperienza digitale.

Quali direzioni senti di voler esplorare dopo DND?

Dopo Do Not Disturb, voglio continuare a esplorare il tema dell’identità, della memoria e della condizione umana, sempre attraverso una scultura che parli con forza e chiarezza. La mia ricerca si basa su un linguaggio figurativo essenziale ma espressivo, capace di comunicare senza bisogno di interpretazioni complesse. Voglio portare avanti progetti che uniscano tradizione e contemporaneità, mantenendo vivo il dialogo tra forma classica e messaggi attuali. L’arte, per me, deve rimanere un mezzo per raccontare storie universali, per creare connessioni emotive profonde con il pubblico. Do Not Disturb ha aperto un percorso di riflessione su temi sociali urgenti, e voglio proseguire su questa strada, ampliando il raggio d’azione delle mie opere in contesti sempre più dinamici e accessibili.

C’è un aspetto della tua ricerca che senti ancora in divenire e che vorresti approfondire in futuro? 

Sento che la mia ricerca sull’identità e sulla continuità della materia è ancora in evoluzione. Ogni scultura è un passaggio verso una comprensione più profonda di ciò che voglio esprimere: la forza della figura umana, la sua capacità di resistere e trasformarsi, il legame indissolubile tra passato e presente. Voglio approfondire ancora di più il rapporto tra forma e significato, tra equilibrio classico e tensione emotiva, esplorando nuove soluzioni espressive senza perdere la chiarezza e l’impatto che caratterizzano il mio lavoro. L’arte, per me, è uno specchio dell’anima: riflette chi siamo, cosa sentiamo e cosa vogliamo lasciare al mondo. E la mia ricerca non si fermerà finché questo specchio non mostrerà con assoluta precisione la verità che voglio comunicare.

Quali sono i prossimi appuntamenti o progetti su cui stai lavorando?  

I miei prossimi progetti si concentreranno come già detto sullo sviluppo e l’ampliamento di Do Not Disturb, portando il tema dell’identità ancora più in profondità. Voglio esplorare l’umanità interiore che ciascuno di noi possiede, andando oltre i confini culturali e stilistici a cui siamo abituati. L’identità non è solo personale, ma anche collettiva: è il riflesso delle nostre radici, delle influenze che riceviamo e dei mondi che ci circondano. Mi interessa creare un dialogo tra culture diverse, mostrando come l’essenza umana si esprima in modi molteplici, ma con la stessa intensità. Allo stesso tempo, voglio alleggerire i sogni con le Muse, figure che da sempre ispirano la mia ricerca. Le Muse rappresentano la spinta creativa, il lato più etereo e visionario dell’arte, e sento il bisogno di lasciarle emergere con più forza nelle mie opere, come simbolo di libertà e ispirazione. Infine, c’è un percorso che ho in mente da tempo e che vorrei finalmente intraprendere: esplorare il modo in cui l’abito, l’apparenza e l’eleganza influenzano la nostra percezione di noi stessi e degli altri. Spesso ci trasformiamo attraverso ciò che indossiamo, assumendo una postura, un atteggiamento, un’identità che forse non ci appartiene del tutto, ma che finisce per modellare la nostra essenza. Questo rapporto tra estetica e sostanza, tra ciò che scegliamo di mostrare e ciò che realmente siamo, è un tema che mi affascina e che voglio approfondire nel mio lavoro futuro.

A cura di Charlotte Madeleine Castelli

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