Damiano è nato nel 1976 in provincia di Vicenza. Dopo la laurea in Lettere all’Università Cattolica di Brescia studia lingue e culture dell’Asia e si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Venezia, diplomandosi nel corso di Decorazione. Il suo stile è internazionalmente riconosciuto attraverso opere che ironizzano sulla superficialità e l’ambiguità del mondo contemporaneo, facendo uso di differenti media e di materiali inconsueti come polvere da sparo, glitter o sostanze fluorescenti. Le sue opere sono state più volte premiate ed esposte in diverse sedi: nel 2021 il Museo di Arte Orientale di Venezia gli ha dedicato una mostra personale; nel 2022 una sua opera è stata acquisita nella collezione permanente della Fondazione VideoInsight; nel 2023 è stato tra i primi artisti italiani ad esporre delle opere digitali sui maxischermi di Seoul e di Times Square, mentre il 2025 lo vede collaborare con la Fondazione Venezia per la Ricerca sulla Pace per un grande evento internazionale, e con il Future Museum di Maastricht a cura di Charlotte Madeleine Castelli.
La tua pratica artistica si muove tra riflessione teorica e sperimentazione visiva. Quali sono i riferimenti filosofici e concettuali che guidano il tuo lavoro?
Nella mia arte affronto spesso il tema dell’ incertezza e della relatività dei punti di vista, anche sociali: tra i riferimenti teorici che ho trovato utili sicuramente va citata la riflessione di Baudrillard sul simulacro, così come l’idea di pre-conoscenza del reale e dei suoi limiti di Gadamer. Ma oltre a questi, a livello di sottotesto, si trovano anche i frutti dei miei studi delle filosofie orientali, in particolare il non-dualismo e la dottrina dell’apparenza, presenti nel buddhismo e nel Vedanta. Io infatti lavoro sull’ambiguità delle immagini e sulla contraddittorietà dei messaggi, sulla difficoltà che ormai incontriamo nel cercare di distinguere la verità dalla finzione: sono i nuovi problemi ermeneutici che caratterizzano il nostro presente.
Il tempo e lo spazio sono temi ricorrenti nella tua ricerca. In che modo li interpreti e li trasformi attraverso il tuo linguaggio artistico?
Tempo e spazio sono entità relative e sempre mutevoli, così come ci ha insegnato la fisica quantistica. In questo senso li interpreto come un continuo fluire dimensionale, sia per la compresenza di riferimenti a tempi e luoghi lontani, in una sorta di entanglement, sia per la dimensione onirica e atemporale presente nelle mie opere: attraverso dipinti, opere digitali, video e installazioni mi piace fondere culture ed epoche differenti, creando una sorta di cortocircuito spazio-temporale, che è anche un cortocircuito fra molteplici media espressivi.
L’arte, secondo te, deve ancora rispondere a un’urgenza sociale o è ormai uno spazio esclusivamente autoriflessivo?
In questa epoca segnata da profonda incertezza, così come da acuti contrasti e da crescenti tensioni sociali, credo che il ruolo dell’artista non possa essere autoreferenziale ed ignorare la società. Anzi, oggi più che mai credo che l’arte abbia il ruolo di portare all’attenzione tematiche sempre più urgenti, come quelle dell’ambiente, della violenza sociale, della omologazione, della pace. Il mio lavoro artistico oscilla appunto fra questi due poli: da un lato il senso di precarietà e ansia prodotto dai messaggi contraddittori e caotici che ci bombardano quotidianamente, e dall’altro il bisogno dell’uomo di sognare, la sua ricerca della felicità.
Chronotopie sembra porsi come un percorso che interroga la relazione tra l’opera, il contesto e la temporalità. Come si inserisce la tua ricerca in questo progetto?
Chronotopie è un progetto espositivo che riflette la caratteristica della mia produzione: è inter -mediale, in quanto mescola differenti mezzi espressivi, è anche mutevole e in grado di adattarsi a contesti espositivi assai diversi fra di loro, invita insomma gli spettatori a immergersi in una dimensione caleidoscopica e ambigua, e a uscire dal concetto di tempo lineare.
Quali aspetti di Chronotopie ti hanno stimolato maggiormente? Hai trovato in esso un punto di convergenza con la tua visione dell’arte?
Sicuramente un progetto del genere si accorda perfettamente con la mia modalità di ricerca artistica, in quanto mi ha permesso di espandermi verso forme espressive nuove, eppure in dialogo costante fra di loro: si è trattato di una sfida, di un viaggio dai contorni sfumati e verso approdi inaspettati. Il risultato è qualcosa di più di una semplice mostra tradizionale, è una vera e propria esperienza immersiva, che spazia dalla pittura alle installazioni, inglobando anche arte digitale, fotografie e sonoro.
L’arte contemporanea sta ridefinendo il concetto di luogo espositivo. Chronotopie lavora in questa direzione?
Quando con Charlotte abbiamo messo in piedi il progetto Chronotopie abbiamo pensato per l’appunto ad un qualcosa di itinerante, mutevole, in grado di adattarsi a spazi e contesti diversi, e che potesse quindi espandersi o ridursi a seconda delle necessità. In questo senso, il progetto si inserisce perfettamente nelle linee espositive di tendenza di questi ultimi anni, in cui le mostre vengono ospitate in spazi inconsueti o vengono vissute dal pubblico in modo sensoriale, come esperienze immersive.
Il rapporto tra artista e curatore è spesso un gioco di equilibri tra autonomia e interpretazione. Come hai vissuto il dialogo con la curatrice della tua mostra?
A differenza di altre mostre, con Charlotte si è fin da subito creata una incredibile sintonia di intenti e di gusti; ció ci ha permesso di costruire il progetto con grande serenità e attenzione per i dettagli. Questo elemento è stato fondamentale per la riuscita delle varie mostre in cui si articolerà, in quanto si trattava di un progetto da sviluppare un po’ alla volta, cosa che sarebbe risultata impossibile se ci fossero stati degli equilibri da comporre tra tante difficoltà e compromessi.
Ritieni che il ruolo del curatore oggi sia cambiato rispetto al passato? Quanto incide nella percezione dell’opera da parte del pubblico?
Il ruolo del curatore è sempre stato importante, almeno a partire dal secondo dopoguerra, quando è stata proprio l’azione congiunta di curatori e galleristi a creare alcuni fenomeni artistici e alcuni movimenti che sono poi rimasti nella storia. Oggi, se possibile, il ruolo del curatore è ancora più pregnante: in una società dell’immagine, in cui tutto è estetizzato e bisogna prestare attenzione a ogni dettaglio, mentre allo stesso tempo la fruizione delle opere e delle immagini è rapida e spesso superficiale, è proprio il curatore che ha la possibilità di valorizzare adeguatamente le opere di un artista e di studiare i canali comunicativi più adatti per andare incontro ad un pubblico sempre più influenzato dai social media.
Hai percepito la curatela come un filtro interpretativo o come un’estensione della tua stessa ricerca?
Dato che la mia produzione artistica ha una forte componente di riflessione teorica e concettuale, il confronto con la curatrice è stato spontaneo e si è configurato come una naturale estensione del mio lavoro; d’altro canto l’approccio ed il rapporto con un curatore si configurano sempre, per loro stessa natura, come filtri interpretativi che hanno l’importante ruolo di cogliere il messaggio artistico e tradurlo al pubblico; è attraverso un dialogo costante che si può generare quella comprensione profonda e condivisa che permette la corretta fruizione delle opere, come è accaduto nel nostro caso.
Guardando al futuro della tua pratica artistica, quali direzioni senti di voler esplorare?
Pensando ai recenti sviluppi dell’arte contemporanea, sono curioso di vedere l’impatto che l’intelligenza artificiale avrà sulla società. Sarà una innovazione utile, oppure avrà conseguenze drammatiche, come alcuni paventano? Mi interessa approfondire questo aspetto contraddittorio, oltre a quello su cui già sto lavorando, ossia la sempre più difficile distinzione fra verità e finzione. Oltre al progetto Chronotopie che si svilupperà in diverse mostre sul territorio italiano ed estero, posso anticipare che sarò presente al Future Maastricht Museum e anche in un grandioso evento espositivo in collaborazione con la Fondazione Venezia per la Ricerca sulla Pace e il Museo Nazionale Collezione Salce di Treviso, che avrà il via a fine estate.
Ci sono appuntamenti futuri o nuovi progetti su cui stai lavorando e che possiamo anticipare?
A questa domanda è difficile rispondere: i nuovi sviluppi della ricerca e della scienza stanno rendendo sempre più labile il confine tra tempo e luogo, anche a livello di fruizione artistica; se già abbiamo sperimentato le mostre virtuali, le opere immersive, gli NFT e la cryptoarte, può darsi che in futuro ci esprimeremo in termini interdimensionali, chissà. A livello di sistema artistico comunque, resta poi da vedere la reazione del pubblico e del mercato.
Se dovessi immaginare il futuro del sistema artistico, pensi che il concetto di tempo e luogo sarà sempre centrale, o emergeranno altre coordinate di riferimento?
Mi piace sempre ricordare una cosa: e cioè che l’arte è l’unica forma di vera libertà che abbiamo; ma una libertà che non è così scontata e che anzi in molti paesi viene spesso ostacolata. L’arte è uno spazio di riflessione critica, che ci permette di interpretare la realtà da punti di vista nuovi e diversi. La responsabilità che abbiamo in quanto operatori del mondo dell’arte è proprio quella di continuare a far sì che l’arte continui a renderci liberi.
Intervista curata da Charlotte Madeleine Castelli





