Giuseppe è nato a Foggia il 27 settembre 1997 e risiede a Barletta. Appassionato di cinema, si è laureato nel 2022 in “Nuove Tecnologie dell’Arte” presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia, dove ha realizzato diversi cortometraggi che hanno ottenuto premi internazionali. Grande estimatore del cinema italiano, in particolare del Neorealismo e delle opere di Sergio Leone, ha scritto la monografia *C’era una volta Sergio Leone*, distribuita su Amazon. Durante il triennio universitario, Giuseppe ha concorso per due anni consecutivi al David di Donatello nella categoria “Cortometraggi”. Il suo lavoro di tesi, *Medea*, è una rivisitazione contemporanea della tragedia greca, interpretata dalla giovane attrice diversamente abile Vincenza Dinoia, e prodotto con il supporto dell’Accademia di Belle Arti di Foggia e della Regione Puglia. *Medea*, scritto da Giuseppe Dibenedetto con Arcieri e Maria Grazia Memeo come cosceneggiatori, pone l’inclusività al centro della narrazione. Le riprese si sono svolte tra le rovine di Canne della Battaglia e le saline di Margherita di Savoia. Attualmente disponibile su Rai Cinema, il cortometraggio ha ottenuto oltre 50 riconoscimenti in festival nazionali e internazionali, vincendo, tra l’altro, il Premio Sorriso per la Disabilità alla XVII Edizione del Festival Tulipani di Seta Nera, patrocinato dalla Rai, consegnato dal Ministro per le Disabilità, Dott.ssa Alessandra Locatelli. Nel corso degli anni, Giuseppe ha rappresentato l’Italia in numerosi festival, inclusa la nona edizione del Câmpulung Film Fest in Romania con il *South Italy International Film Festival*, di cui è fondatore e direttore artistico da oltre tre anni. Il festival, giunto alla sua quarta edizione, ha premiato artisti di fama internazionale, tra cui Julie Pacino, regista e figlia del celebre attore Al Pacino, e ha presentato cortometraggi finalisti e premiati agli Oscar. La seconda edizione del festival si è svolta nel maggio 2023 presso il Castello di Barletta, dove Luca Verdone, presidente di giuria, ha consegnato il Premio della Giuria, dedicato al regista Nico Cirasola. Giuseppe sta proseguendo i suoi studi presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia, dove è iscritto al biennio specialistico in “Cinema, New Media Art”.
Cos’è l’arte per te?
Per me, l’arte è una forma di terapia, uno stile e una ragione di vita. È uno strumento potente che ci consente di raccontare storie ed esprimere emozioni. D’altronde, l’uomo non può fare a meno di comunicare, e l’arte è un mezzo straordinario per narrare e raccontarsi.
Il tuo amore per il cinema italiano e il Neorealismo traspare nel tuo lavoro. In che modo questi elementi influenzano il tuo stile registico e narrativo?
Sono cresciuto con Sergio Leone e Vittorio De Sica; da adulto ho recuperato quasi tutta la filmografia di Fellini e Antonioni. Credo che ogni regista, ogni artista, sia il risultato di ciò che ha vissuto e dei film che lo hanno maggiormente influenzato. A livello narrativo, prediligo dialoghi essenziali: pochi, ma capaci di trasmettere l’essenza della storia che voglio raccontare. Sul piano registico, invece, essendo molto tecnico, non mancano mai i primissimi piani e i dettagli in stile Leone, sempre citando, mai copiando.
Hai partecipato due volte al David di Donatello nella categoria cortometraggi. Come ha influito questa esperienza sulla tua crescita artistica e professionale?
Quando ho ricevuto la notifica di aver superato la preselezione con C’era una volta il Covid, non riuscivo a crederci. Partecipare ai David di Donatello è stato un grande trampolino di lancio, un’esperienza che ha segnato profondamente la mia crescita artistica e professionale.
Medea è un progetto che fonde mitologia e inclusività. Cosa ti ha spinto a reinterpretare questa tragedia in chiave contemporanea?
Medea è nato come progetto di tesi nel corso di Scenografia, tenuto dal professor Francesco Arrivo, presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia, che ha sostenuto e creduto nel corto fin dall’inizio. Sono rimasto affascinato dal mito e ho voluto attualizzarlo perché la storia di Vincenza Dinoia, affetta da una patologia rara, mi sembrava perfetta per raccontare una Medea indipendente, moderna e forte, capace di superare le barriere imposte dalla malattia. Avendo anch’io un handicap fisico, desideravo comunicare che la persona diversamente abile è una risorsa, non un problema per la società.
Le riprese di Medea si sono svolte in luoghi evocativi come Canne della Battaglia e le saline di Margherita di Savoia. Quanto è importante il legame con il territorio nelle tue opere?
La Puglia è la mia terra, il luogo dove affondano le mie radici, dove vivo e lavoro. Ho scelto Canne della Battaglia e le saline di Margherita di Savoia per creare un’ambientazione metafisica e arcaica, facendole diventare protagoniste della storia. Lo stesso vale per le Cave Leone, gestite dall’Associazione sportivo-culturale Canosa Sotterranea di Canosa di Puglia. Colgo l’occasione per ringraziare il proprietario Sabino Leone e tutta la sua famiglia per avermi permesso di girare lì il mio ultimo lavoro, Ombre nella Fede.
Il tuo lavoro ha ottenuto numerosi riconoscimenti internazionali. C’è un premio o un festival che ha avuto per te un significato particolare?
Vorrei citarne due: il Premio Sorriso per la Disabilità, vinto al Festival Tulipani di Seta Nera, è stato un momento indescrivibile. Tra i festival, invece, il Câmpulung Film Fest in Romania mi ha coinvolto emotivamente in modo speciale: mostrare il mio lavoro a un pubblico internazionale è stata un’esperienza straordinaria.
Come è nata l’idea del South Italy International Film Festival? Qual è la tua visione per il futuro di questo evento?
Il South Italy International Film Festival nasce dal desiderio di creare uno spazio di valorizzazione per tutti i registi. All’inizio era quasi un gioco, ma oggi sta crescendo sempre di più. Insieme a Michele Piazzolla, project manager e co-organizzatore, abbiamo in serbo molte sorprese, tra cui la collaborazione con Borotalco TV e quella già consolidata con l’ASC di Cinecittà. Stiamo lavorando per renderlo un festival sempre più internazionale.
Hai diretto cortometraggi premiati e scritto una monografia su Sergio Leone. Ti senti più regista o scrittore, o credi che i due ruoli siano inscindibili?
Mi sento assolutamente un regista, perché amo raccontare storie e il lavoro di squadra è per me fondamentale. Ogni elemento—sceneggiatura, attori, fotografia, suono, scenografia e costumi—contribuisce a dar vita a un progetto. Mi piace scrivere e trasmettere la mia passione per i maestri del cinema, e attualmente sto lavorando a un nuovo libro sul Cinema Controverso. Tuttavia, il premio più grande resta sempre il pubblico: vedere gli spettatori emozionarsi, nel bene o nel male, è il riconoscimento più prezioso. La monografia su Sergio Leone mi ha dato grandi soddisfazioni e ha rafforzato ulteriormente la mia passione per la scrittura.
Stai frequentando un biennio specialistico in “Cinema, New Media Art”. In che modo i nuovi media stanno cambiando il tuo approccio alla regia e alla narrazione cinematografica?
Credo che l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie, se usate in modo intelligente e consapevole, possano essere un potente alleato nella narrazione cinematografica. Oggi, grazie al Lead Wall, possiamo proiettare immagini di un deserto in tempo reale senza doverci recare fisicamente sul posto, come è stato fatto per la serie The Mandalorian. Questo tipo di innovazione apre infinite possibilità.
Hai rappresentato l’Italia in festival internazionali come il Câmpulung Film Fest in Romania. Come cambia il tuo modo di raccontare quando ti rivolgi a un pubblico non italiano?
Rimango sempre fedele a me stesso. In Romania ho trovato grande curiosità e interesse per la nostra cultura. All’estero, il cinema italiano gode ancora di un trattamento speciale: siamo riconosciuti per la nostra arte, la nostra storia e la nostra cucina.
Quali sono i tuoi prossimi progetti? Stai lavorando a un nuovo cortometraggio o a un lungometraggio?
Sto ultimando Ombre nella Fede, un cortometraggio prodotto da Michele Piazzolla. Si tratta di un dramma intenso e surreale, ispirato alla storia vera di Mons. Angelo Raffaele Dimiccoli. Il film racconta il tormentato percorso spirituale del sacerdote Don Sabino, intrecciando fede, sofferenza e mistero. Girato nelle suggestive Cave Leone di Canosa di Puglia, offre uno sguardo profondo sulla lotta interiore di chi affronta il male, sia dentro di sé che nel mondo circostante.





