GIUSY CASTIGLIONI

GIUSY CASTIGLIONI

Giusy, conosciuta come La Psicologa In Guêpière, è una psicoterapeuta che ha fatto della scoperta di sé e della trasformazione personale il cuore del suo lavoro. Ha scelto questa professione inizialmente per guarire le proprie ferite, scoprendo però che il percorso di crescita è più efficace quando si è accompagnati. Superare traumi difficili le ha insegnato a trasformare il dolore in forza, ed è proprio questa consapevolezza che oggi mette a disposizione di chi si rivolge a lei. Dopo la laurea in Psicologia, ha intrapreso un percorso accademico per poi specializzarsi nella valutazione e nel potenziamento cognitivo, spinta da un’esperienza infantile di difficoltà scolastiche. Ha lavorato nei servizi pubblici e nelle strutture territoriali, occupandosi di tutela dei minori e sostegno alle famiglie. Ha conseguito l’abilitazione come psicoterapeuta seguendo l’approccio Analitico Transazionale e si è formata in tecniche avanzate per il recupero del trauma, come EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), DBR (Deep Brain Reorienting) e TBT (Terapia Breve Trasformativa). Ha inoltre arricchito la sua formazione con un diploma in psicomotricità e un master in mediazione familiare, integrando competenze che le permettono di offrire un supporto completo. Dal 2012 aiuta i pazienti a elaborare traumi profondi attraverso un approccio integrato che unisce metodi tradizionali e pratiche innovative. Oltre alla psicoterapia, utilizza strumenti come il Metodo Rosen e le Costellazioni Familiari Sciamaniche per liberare blocchi emotivi e favorire l’equilibrio interiore. Crede che la guarigione vada oltre i sintomi e debba lavorare sulla causa profonda del disagio, offrendo un cammino di trasformazione autentica e duratura. La sua identità professionale è profondamente legata alla sua crescita personale. Un tempo vedeva la guêpière come un simbolo di sottomissione, legato a un’idea di femminilità condizionata dagli sguardi altrui. Crescendo, ha scoperto che la sensualità è un’espressione di potere personale. Grazie al burlesque e alla fotografia boudoir, ha spezzato le convenzioni che la limitavano, riscoprendo la libertà di essere se stessa. Oggi, la guêpière è il suo oggetto magico, il simbolo della sua rinascita, un segno di forza e autenticità che accompagna il suo percorso e quello delle persone che aiuta.

Cos’è l’arte per te?

È ogni forma di espressione umana che innalza lo spirito e la mente. È la forma che l’individuo trova per rendere visibile il suo mondo interno, sublimarlo e dargli un senso. L’incontro tra l’energia femminile creativa e quella maschile, che dà direzione e concretezza.

Come hai scoperto l’Analisi Transazionale e cosa ti ha spinto a sceglierla come approccio principale?

Molte delle mie scelte sono state guidate dal mio malessere. Quando avevo circa ventotto anni, ho iniziato la mia prima psicoterapia; fino a quel momento cercavo di barcamenarmi da sola.
 Soffrivo di attacchi di panico e di ansia sociale, avevo tutti i sintomi di un disturbo post-traumatico da stress significativo, dovuto a un abuso subito nell’infanzia da parte di un conoscente, di cui mantenevo il segreto. Quindi, pensieri intrusivi, senso di inadeguatezza, paura che mi venisse fatto del male e paura di farlo agli altri.  A ciò si sommavano i sintomi fisici: gastrite, colon irritabile, difficoltà nella vita intima.  Ho iniziato così la mia prima terapia di gruppo con un analista transazionale e una terapeuta junghiana. Mi sono indirizzata verso l’Analisi Transazionale perché mi era sembrata da subito semplice, efficace e alla portata di chiunque. Per me, questo è fondamentale: il benessere deve essere alla portata di tutti, al di là del titolo di studio o della professione.  Chiunque di noi sa creare dentro di sé l’immagine di un genitore, un adulto, un bambino, e gli è semplice capire aggettivi come affettivo o critico.  Poi, il linguaggio, a volte provocatorio, per descrivere certe dinamiche, che Berne chiama “giochi”, è di impatto, come: “Prendimi a calci”, “Ti ho beccato, figlio di puttana.” Insomma, l’Analisi Transazionale è stato il mio primo gradino verso la ricerca di un modo di fare terapia efficace, immediato, trasmissibile e breve.

Il tuo percorso è iniziato con un interesse per i Disturbi dell’Apprendimento. In che modo questa esperienza ha influenzato la tua visione della psicoterapia?

Tantissimo. Lì ho avuto il mio primo incontro con la disabilità, con il concetto di limite, ma anche con quello di recupero, di zona di sviluppo prossimale, come diceva Vygotsky. Ho imparato come correggere la mia disortografia, che nei momenti di maggiore emotività si palesa ancora. Lì ho capito che, con gli strumenti giusti, potevo cambiare ciò che era sempre stato.  Per anni ho lavorato per potenziare le capacità emergenti della persona.

C’è stato un momento preciso in cui hai capito che la tua missione era aiutare gli altri a trasformare il dolore in forza?
Quest’ultimo anno, in particolare, ho combattuto molto con questa idea; la sentivo una responsabilità troppo grande. A volte non mi sentivo all’altezza, soffrivo della sindrome dell’impostore: “Prima o poi capiranno che non sono brava”. Altre volte, mi sentivo soffocare da questa idea.  Poi ho capito che, in fondo, quello che dovevo fare era semplicemente condividere le mie fragilità e le mie soluzioni, e insegnare agli altri a sentire, a scegliere, a fare ciò che stavo facendo io e a uscire dall’ombra e dalla morsa del voler essere perfetti.

L’uso di tecniche innovative come EMDR, DBR e TBT ha cambiato il modo in cui vivi il lavoro terapeutico? Quale di queste senti più affine al tuo approccio?

Assolutamente sì. Non solo hanno cambiato il mio modo di fare terapia, ma hanno cambiato anche la mia vita. In particolare, quando parliamo di trauma, per me è fondamentale avere chiaro come funziona il nostro cervello e disporre di tecniche da integrare alla psicoterapia classica. Per chi non fosse avvezzo al mondo della terapia, esistono diversi approcci che aiutano a leggere il sintomo da prospettive differenti, ma fondamentalmente condividono alcuni aspetti, come ad esempio l’ascolto attivo e le strategie di gestione del problema. Un buon terapeuta, qualunque sia il suo approccio, con il tempo arriva a sviluppare un modo di lavorare simile, caratterizzato da una buona capacità di ascolto, empatia, confronto e interpretazione. Sappiamo che le parole che usiamo creano la nostra realtà e modificano i mix chimici all’interno del nostro corpo, ma ancora una percentuale troppo bassa di psicoterapeuti integra alla terapia classica queste nuove tecniche, mirate a lavorare su livelli più profondi del cervello, riducendo i tempi della terapia. Uno degli errori più comuni che sento fare da colleghi e coach è dire che “il passato è passato” e che “esiste solo il qui e ora”. Per il cervello di una persona traumatizzata, però, non è così: non esiste una linea temporale netta; il passato continua a intrudere nel presente in modo inaspettato e, se non siamo preparati, diventa incomprensibile. Come lo fa? Attraverso sensazioni, emozioni, immagini, contratture che, se non impariamo a intercettare e sciogliere, condizionano le nostre emozioni e i nostri pensieri. Facciamo un esempio: prendiamo una delle ultime fobie su cui ho lavorato con un mio paziente, quella dell’ascensore. Per la maggior parte delle persone, un ascensore è un modo veloce per raggiungere un piano alto, ma per il mio paziente diventava un luogo rischioso in cui rimanere intrappolato. Cosa lo rendeva tale? Non un ricordo chiaro di un’esperienza vissuta, ma un’emozione di paura, alimentata da una sensazione di peso sul petto e da sudore alle mani. Lavorando sulle sensazioni, è riaffiorato un ricordo di un incidente in auto in cui era stato coinvolto da adolescente e in cui aveva vissuto l’esperienza di essere intrappolato e di aver paura per la sua vita. Il “qui e ora” era condizionato da un evento passato non rielaborato adeguatamente. Trovo tutte e tre le tecniche citate efficaci, ma prediligo la Terapia Breve Trasformativa: è efficace, veloce e ha due vantaggi. Il paziente riesce a rimanere all’interno di una finestra di tolleranza; in altre parole, non si verifica mai un sovraccarico emotivo. In secondo luogo, con il tempo, il paziente automatizza la tecnica e può utilizzarla per gestire meglio le situazioni quotidiane. Diventa sempre più autonomo e il rapporto con il terapeuta è di tipo collaborativo: il terapeuta serve per tracciare la strada e perfezionare l’autoregolazione.

Lintegrazione di pratiche olistiche e sciamaniche nella psicoterapia è un elemento distintivo del tuo metodo. Come hai iniziato a esplorare queste discipline?

Anche in questo caso, il mio bisogno di trovare un equilibrio e di sanare un dolore profondo ha giocato un ruolo fondamentale. Il mio dolore legato al trauma non trovava risposte nella terapia classica dell’epoca, la mia vita privata non andava come avrei voluto e la mia idea di famiglia non si concretizzava. Sebbene quell’idea non abbia preso forma, mi ha permesso di conoscere un mondo che parlava di malattia, salute e guarigione in modo diverso, di medicine alternative, di traumi generazionali, di schemi ripetitivi e di energie bloccate nel nostro corpo. Quello che mi stupiva era come filosofie antiche parlassero in termini diversi di scoperte che le neuroscienze o la psicologia stanno facendo oggi. Per esempio, in alcune pratiche sciamaniche si parla di “perdita di frammenti dell’anima”, che corrisponde al concetto di dissociazione, e si utilizzano specifiche procedure per il recupero. La medicina cinese, che oggi in alcune sue parti è integrata alla medicina tradizionale occidentale, ha una lettura delle emozioni estremamente precisa che aiuta le persone a individuarle con più facilità e a scoprire quali siano le emozioni reali e quelle di copertura. I bagni sonori trovano una corrispondenza in molti lavori che si rifanno alla teoria polivagale. Ho lavorato curando una problematica alla voce attraverso la TBT, tecniche di visualizzazione, e collaborando con un collega che, insieme ad alcuni monaci, intonava un mantra di guarigione in India. Ci sono donne che sono rimaste incinte dopo aver fatto un lavoro di accompagnamento e saluto dell’anima del figlio non nato. Qualcuno dirà che si tratta di un effetto placebo, forse, ma la questione è che forse abbiamo bisogno di far parte di un progetto più grande, e questo aiuta le nostre parti più piccole — parti di noi che si sono formate nel momento dell’evento traumatico — a trovare la loro guarigione. Una raccomandazione: queste parti di noi sono fragili, innocenti, facilmente condizionabili, quindi il mondo olistico, che è poco normato, può essere rischioso, e incontrare persone inaffidabili è piuttosto facile.

Hai parlato della guêpière come simbolo di liberazione. C’è stato un episodio specifico che ha segnato questa consapevolezza?

L’episodio non riguarda specificamente la guêpière, ma le calze autoreggenti. La prima volta che le ho indossate senza paura che potessero scivolare o intravedersi sotto il vestito, mi sono resa conto che la bambina che provava vergogna finalmente poteva giocare libera e condividere la sua energia con la donna che ero diventata.

Come reagiscono i tuoi pazienti alla tua immagine di Psicologa in Guêpière? Hai mai avuto resistenze o pregiudizi da parte di chi si approccia al tuo lavoro?

No, mai. Quando ho iniziato questo progetto ero pronta a giustificarmi, a spiegare, a ricevere critiche o vedere persone andare via. Invece, ho ricevuto tanto supporto, specialmente dai ragazzi e dalle ragazze più giovani, dopo che ho spiegato loro cosa fosse la Guêpière. La risposta più comune è: “Vengo da te perché mi hai aiutato a stare bene, e questo non cambia”. Ho ricevuto anche un “Dottoressa, questa cosa spacca”.

Il burlesque e la fotografia boudoir hanno avuto un impatto sulla tua crescita personale. Pensi che possano avere anche un ruolo terapeutico per altre persone?

Assolutamente sì. Sto organizzando dei workshop in collaborazione con insegnanti e performance di Burlesque. Mettere in scena un act ti aiuta a familiarizzare con il tuo corpo e a comprendere meglio le tue protezioni, i tuoi schemi di difesa e i giochi che fai spesso nella relazione con gli altri senza accorgertene. Partecipare a uno shooting fotografico ti permette di sperimentare cosa significa essere vista, ma anche di vederti, di vedere i tuoi occhi, le emozioni che comunicano, di vedere il tuo viso e di osservare come il tuo sistema polivagale agisce. E sai cosa ti dico? È un’esperienza che dovrebbero fare tutti, anche gli uomini. Trovo il corpo maschile altrettanto bello. Se le donne hanno problemi a relazionarsi con il loro corpo nudo, gli uomini lo hanno ancor di più. Spesso gli uomini non sono nemmeno consapevoli di subire invasioni dei loro confini, perché “è solo un gioco” o “uno scherzo”.

Qual è laspetto più gratificante del tuo lavoro? C’è una storia di guarigione che ti ha colpito particolarmente?

L’aspetto più gratificante è vedere le persone che si riappropriano della loro vita. Ce ne sono tante, e le storie nel mio libro sono ispirate ai miei pazienti. Mi commuovono profondamente quando, dopo mesi o anni di lavoro, mi mandano un messaggio per ringraziarmi, dicendo che hanno raggiunto un traguardo e che la terapia ha contribuito. Gli alberi più belli sono quelli che pianti e che forse non vedrai crescere. Yalom, in un suo libro non ricordo quale, parla proprio di questo: come la relazione paziente-terapeuta cambi entrambi e cambi indirettamente tutto il sistema che li circonda. Egoisticamente, non essendo diventata madre, questolo vedo un po’ come  il mio modo di continuare a vivere nel mondo.

Quali sono i tuoi progetti futuri? Hai in mente nuovi metodi o percorsi per arricchire la tua pratica terapeutica?

Sì, sto sistematizzando, insieme a un’amica coach, Federica De Vecchi, un protocollo di lavoro che permetta alle persone di accedere a un traning che le aiuti a creare il loro personale percorso terapeutico. Seguendo le 5 W del giornalismo (Chi, Come, Quando, Perché, Dove).

Gli step sono:

Chi Chi è  promotore del nostro benessere? Solo noi. Conosci te stesso, solo noi siamo in grado di accedere in modo sistematico al nostro dialogo interno, 

Come psicoeducazione conosciamo le nostre reazioni e possiamo imparare a gestirle.

Cosa Individuazione dei nodi cruciali su cui lavorare episodi target e convinzioni negative

Quando differenziazione tra stimolo e risposta, in ogni momento della giornata attraverso l’applicazione di quanto imparato. 

Dove  attraverso sedute individuale, workshop e incontri online di gruppo.

Cosa ti ha spinto a scrivere Principesse in Guêpière? È nato da una tua riflessione personale o da un confronto con altre donne?

In realtà, è nato da un confronto con un uomo, Paolo Borzacchiello. Circa due anni fa ho partecipato a un’asta di “Save the Children” per avere due ore di colloquio con lui. Mi interessava molto il suo approccio al linguaggio, e pensavo potesse essere un valore aggiunto al mio modo di fare terapia. Un mese prima del nostro incontro, mi ero rotta un polso e avevo scritto un romanzo che parlava di terapia e di burlesque. Un romanzo che è rimasto nel cassetto, ma che prossimamente voglio pubblicare. Quando ci siamo incontrati, gli ho raccontato la mia storia e gli ho chiesto se poteva leggere il romanzo. A lui è piaciuto e mi ha portato a riflettere come la mia storia personale potesse essere di aiuto ad altre persone e che avrei dovuto raggiungere un pubblico maggiore. Da quel momento, Paolo è diventato un mentore per me. In uno dei nostri scambi, è emerso il discorso su come i cartoni animati e le storie delle principesse  ci abbiano condizionati. Lui, serio, mi ha guardata e mi ha detto: “Devi scrivere un libro su questo”. E così è stato. Per me, questo è un esempio concreto di come l’incontro di due energie, maschile e femminile, possa creare qualcosa di nuovo.

Qual è stata la scoperta più sorprendente che hai fatto rileggendo le fiabe in questa nuova prospettiva?

Quanti messaggi possiamo far nascere da ciò che ci circonda! La mia lettura è solo una delle tante possibili, ma è l’arte della domanda quella che voglio trasmettere. Non fermarti alla prima impressione, apri altre possibilità, perché questo non solo ti permetterà di scoprire qualcosa di più su di te, ma ti permetterà anche di non dare per scontato il punto di vista dell’altro, di arricchire le tue relazioni.

Pensi che le fiabe abbiano condizionato più le donne o anche gli uomini nel modo di vivere le relazioni?

Hanno condizionato entrambi. Impariamo per modellamento. Una bambina vede come dovrebbe essere, si identifica in una principessa,le dicono guarda che bella e che buona è Biancaneve  e pensa che dovrebbe essere così.  Allo stesso modo un bambino si può identificare nella  figura perchè vuole che gli adulti intorno a lui lo percepiscano così, oppure credere che quella sia il tipo di donna che deve cercare e per averla deve essere come quel principe azzurro. 

Tra le protagoniste delle fiabe, quale pensi abbia avuto il percorso di trasformazione più potente? E quale invece avresti voluto riscrivere completamente?

Forse i personaggi con il percorso di trasformazione più potente sono Elsa di Frozen e Adam della Bella e la Bestia. Hanno attraversato le loro emozioni, accolto le loro ombre e vissuto un amore incondizionato, quello che non chiede all’altro di sanare le proprie mancanze. Wish, salvo alcune canzoni, è un insieme di stereotipi e un inno alla deresponsabilizzazione, la ricerca di un persecutore esterno a cui dare la colpa. E, ritornando all’Analisi Transazionale, se cerchiamo un persecutore, creeremo una vittima e attiveremo un salvatore. La questione è che, in questo gioco, finiremo per assumere tutte e tre le posizioni, senza mai crescere o fare un cambiamento reale.

Lidea di far scoprire il Burlesque a personaggi come Cenerentola o Mulan è originale e intrigante! Come pensi che questa forma darte possa aiutarci a riscoprire la nostra femminilità?

Quando una donna si avvicina al Burlesque, è già alla ricerca della propria femminilità. Ci arriva più o meno consapevolmente, perché vuole tornare a essere un soggetto, vuole incontrare se stessa, il suo potere di seduzione, di piacere. Poco importa chi la sta guardando, sia un uomo, una donna o il giudice più severo — lo specchio. L’act di Burlesque nel mio libro sostituisce la fata madrina, il principe azzurro, l’aiutante magico. L’act di burlesque è il processo di autoguarigione che ognuno di noi può innescare, l’espressione della physis, dell’energia vitale.

Se dovessi riscrivere una fiaba in chiave contemporanea, quale sceglieresti e quale sarebbe il suo nuovo messaggio?

Beh, direi che l’ho già fatto. In fondo, ogni capitolo del mio libro racconta della metamorfosi di una principessa in una donna.

Il libro si presenta come un viaggio interattivo, con domande e riflessioni per il lettore. Qual è il messaggio principale che vorresti lasciare a chi lo legge?

Quello che il lettore trova. Vado sempre un po’ in crisi quando mi fanno queste domande. Io non ho verità assolute, ho strumenti. Ho voluto dare degli spunti e degli strumenti di riflessione, ma è il lettore che può trovare ciò di cui ha bisogno. Infatti, ho ricevuto feedback differenti, ognuno bellissimo e valido. È lo stesso approccio che ho in terapia: aiuto l’altro a rimettere insieme i fili della trama, ma l’arazzo lo crea lui.

Credi che oggi le fiabe moderne, come i film danimazione recenti, stiano cambiando il modo di rappresentare il femminile e le relazioni? Oppure restano ancora legate a vecchi stereotipi?

Credo che stiamo cambiando i contenitori e poco i contenuti. Quando mangio un piatto, decido se mi piace o meno in base alle sensazioni che mi dà, non mi chiedo chi l’ha cucinato, se è uomo, donna, di che colore è la sua pelle o quale religione professa. Anche se dentro di noi c’è l’idea predefinita di come dovrebbe essere il cuoco. Per me l’ideale sarebbe mangiare, esprimere la nostra opinione e poi scoprire chi è il cuoco. Forse impareremo ad essere più flessibili e a interessarci solo all’essenza.

Qual è il tuo rapporto personale con il concetto di principessa? C’è stato un momento in cui hai deciso di buttare la corona anche tu?

Da piccola, mio zio mi chiamava “Sissi” e mi cantava “O reginella bella”. Io volevo essere una bellissima e felice principessa, ma ho imparato presto che la vita è fatta di momenti diversi e che  le principesse sono spesso tristi. Ho capito che la loro felicità era un’illusione e che spesso nascondeva una solitudine profonda. Sì, ho buttato la mia corona qualche anno fa, quando ho deciso che rispondere alle mille aspettative che mi ero creata per andare bene al mondo mi stava solo portando a sopravvivere, non a vivere davvero. Più che buttarla deliberatamente, è stata la vita a darmi uno scossone, facendola cadere. E quando è successo, ho deciso di non raccoglierla più.

Dopo questo libro, hai in mente altri progetti che continuano questa esplorazione del femminile nelle storie e nella cultura popolare?

Ho appena terminato la scrittura di un podcast che tratta diverse tematiche psicologiche facendomi ancora aiutare dalle fiabe. Sulla possibilità di continuare a scrivere assolutamente si,  ci sono ancora alcune storie che non ho esplorato a fondo. Mi affascina per esempio  l’idea di approfondire alcune figure maschili e di cercare storie provenienti da altre tradizioni, con l’intento di far emergere gli archetipi comuni tra culture diverse. Credo che questa sia la vera svolta non cercare di omologarsi, ma dare spazio a realtà diverse, a narrazioni diverse e favorire la cocreazione di nuove storie. 

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