Artista autodidatta, da sempre coltivo la passione per l’arte e, negli ultimi anni, ho ripreso a esprimermi attraverso la pittura: un mondo in cui tutto è possibile, dove i fiori nascono dal nulla e il colore diventa pace. Dipingo seguendo l’istinto, lasciandomi ispirare dai colori che mi circondano. Ogni viaggio, ogni emozione vissuta si sedimenta dentro di me, trasformandosi poi in tracce visibili sulla tela. La sperimentazione e lo studio costante hanno affinato il mio stile, rendendolo sempre più personale e riconoscibile. Uno dei primi filoni che ho approfondito riguarda miti e leggende, soprattutto della tradizione greca, riscoperti attraverso storie tramandate sul territorio siciliano. Col tempo, però, il mio sguardo si è ampliato fino a includere la contemporaneità: ho sentito il bisogno di raccontare la quotidianità, perché far parte di questo tempo significa anche testimoniarlo. I miei colori hanno sempre un ruolo centrale: veicolano messaggi di speranza e mantengono una propria voce autonoma, senza sfumarsi tra loro. Ogni tonalità è scelta non per armonizzarsi con le altre, ma per l’impatto emotivo che trasmette nel momento in cui prende forma sulla tela. Amo diversi movimenti artistici – naïf, pop art, surrealismo, impressionismo, espressionismo, muralismo – ma non mi riconosco in nessuna corrente specifica. Il mio percorso è libero, lontano da accademie, e segue una ricerca personale. Acrilico, stucco, sale, zucchero e bicarbonato sono i materiali che più utilizzo. Lavoro il colore a strati, valorizzandone la matericità, e negli ultimi anni ho integrato lo stucco, un materiale che per me rappresenta sia la fragilità che la riparazione. Il sale, invece, è un simbolo di nutrimento dell’anima: la sua presenza sulle tele è forte, ruvida, quasi rumorosa, ma basta un po’ d’acqua per dissolverlo, esattamente come alcune emozioni. Non uso disegni preparatori: parto da un’idea e la lascio evolvere sulla tela, creando stratificazioni e texture che danno vita a un’opera in continuo movimento, quasi come se respirasse.
Cos’è l’arte per te?
L’arte è il luogo in cui posso esprimere pienamente me stessa, il mio linguaggio, il mio mondo. Un universo senza limiti, dove i fiori possono nascere dal nulla e le donne non hanno bisogno di essere perfette. È uno spazio fatto di colore e pace, dove la luce dà vita ai colori e trasmette gioia a chi li osserva. Anche quando affronto temi di attualità, il mio messaggio è sempre di speranza: credo che, se ci impegniamo tutti insieme, possiamo costruire qualcosa di buono. L’arte è il luogo in cui i sogni non muoiono mai.
Hai detto che i tuoi colori non si mescolano, ma mantengono la loro forza nel momento presente. C’è una tonalità che senti più affine a te o cambia a seconda del periodo e dello stato d’animo?
Per me, i colori hanno un’importanza fondamentale nel “qui e ora” del dipinto. Ogni colore ha un ruolo preciso e porta con sé un messaggio unico, valido in quel momento, per quella storia. Non seguo schemi prestabiliti: lascio che i colori parlino da soli.
Usi materiali insoliti come il sale, lo zucchero e il bicarbonato. Come hai scoperto questa tecnica? È nata da un esperimento o da una ricerca più concettuale?
L’uso del sale, dello zucchero e del bicarbonato è il frutto di un’attenta ricerca. Cercavo materiali che dessero ai miei dipinti una dimensione nuova, volevo che in qualche modo respirassero. Man mano che sperimentavo diverse combinazioni, ottenevo effetti sempre nuovi. La loro caratteristica comune è il suono: un urlo ruvido sulla tela, ma allo stesso tempo la delicatezza di elementi che si sciolgono con l’acqua. Questa dualità li rende perfetti per esprimere pensieri intensi con la leggerezza che cerco di trasmettere nel mio lavoro. Inoltre, una volta asciutti, donano ai miei dipinti quella matericità che desideravo.
Hai iniziato il tuo percorso raccontando storie mitologiche. C’è un mito in particolare che senti più vicino a te e che hai reinterpretato in modo speciale?
Ho ripreso a dipingere dedicandomi soprattutto ai miti e alle leggende, in particolare quelli greci e romani, probabilmente perché la mia terra, la Sicilia, è profondamente legata a queste storie. Il luogo in cui vivo mi ha inevitabilmente influenzata. Amo tutte le leggende che ho interpretato, frutto di lunghe ore di studio, ma quella che mi emoziona di più raccontare è “Ulisse tra Scilla e Cariddi”. Su una tela di un metro per un metro, ho raffigurato Ulisse sulla nave e i due mostri, Scilla e Cariddi, che mostrano il loro volto prima della trasformazione in creature marine.
Hai detto che inizialmente non pensavi di affrontare temi attuali. C’è stato un episodio specifico che ti ha fatto cambiare idea e ti ha spinto a dipingere la realtà contemporanea?
Per molto tempo ho pensato di voler raccontare solo miti e leggende, senza avvicinarmi all’attualità. Poi è scoppiata la guerra tra Russia e Ucraina. Una notte mi sono ritrovata a creare due dipinti contro la guerra, con colori che non mi sembrava di conoscere. Ma anche dopo quell’episodio pensavo di tornare alle mie leggende. Tuttavia, un giorno, mentre lavoravo su una commissione che doveva rappresentare una donna con un bambino, mi sono lasciata trasportare da un impulso diverso. Senza rendermene conto, stavo dipingendo un bambino salvato dalle acque, sorretto da mani amorevoli. Quel dipinto si chiama “Rinascita”. Da quel momento ho capito di essere figlia di questo tempo e che non posso esimermi dal raccontarlo.
Trovo molto interessante il tuo rapporto con lo stucco, visto sia come causa di crepe che come mezzo di riparazione. Credi che questo concetto sia legato a un percorso interiore o a un messaggio più universale?
Uso prevalentemente lo stucco murale, a volte quello acrilico. Il suo duplice ruolo, quello di creare e riparare crepe, non riguarda solo me, ma è un riflesso della vita stessa. Ognuno di noi ha delle ferite da rimarginare. Spesso, mentre ne chiudiamo alcune, se ne aprono altre. È un ciclo continuo, proprio come la vita. La forza sta nel non arrendersi.
Non usi disegni preparatori, ma lasci che l’idea si sviluppi sulla tela. Come capisci quando un’opera è finita? Hai mai avuto difficoltà nel “fermarti” e dire: “è completa”?
Un’opera è finita quando, nella mia mente, ogni colore ha trovato il suo posto. Di solito, una volta completato un dipinto, non lo modifico più e lascio volutamente alcune imperfezioni, soprattutto nei contorni dei volti, perché la mia arte non cerca la perfezione. Qualche anno fa ho realizzato un dipinto intitolato “Don’t Cry”, parte della mia serie di volti. Era un’opera piccola, ma mi ha catturato per mesi. Rappresentava una Madonnina. Ogni notte mi svegliavo, lo staccavo dal muro e aggiungevo nuovi strati di colore. Pensavo di averlo terminato, ma la notte dopo ricominciavo. Finché, una mattina, ho capito che era perfetto così com’era.
Descriviti in tre colori.
- Bianco: perché mi dà lo spazio per scrivere ancora e ancora nuove storie.
- Rosso: perché è la gioia che mi accompagna ogni giorno.
- Blu: il colore del mio mare, quello che mi fa sentire sempre a casa.







