OMAR TIGRINI

OMAR TIGRINI

Art director e graphic designer da oltre vent’anni, ha trovato nella comunicazione visiva la forma più naturale di esprimersi e nel pastello un modo per tornare bambino, con le dita sporche di colore. Ama definire la sua arte “Ironica/onirica”, due facce dello stesso anagramma. La vita e la quotidianità sono la sua principale fonte di ispirazione: come un menestrello si muove tra il linguaggio del sarcasmo e quello della fantasia, rappresentandone luci e ombre, esorcizzando paure ed esaltando emozioni. Non ricerca la bellezza fine a sé stessa, ma un codice visivo e un significato immediato, accessibile a tutti nonostante i diversi livelli di interpretazione. Il suo obiettivo è suscitare nello spettatore una reazione, una riflessione, un nuovo punto di vista su esperienze comuni. Un sorriso, un attimo di leggerezza: perché l’arte, nella sua essenza, è anche la più pura forma di intrattenimento. Le sue influenze spaziano tra epoche e discipline: la quotidianità, Pieter Bruegel il Vecchio, una pedalata in bicicletta, il giornale del mattino, Caravaggio e il Rinascimento italiano, la techno, Magritte, una chiacchierata con gli amici, le notti insonni, Laurie Lipton, Max Ernst, una passeggiata con il cane, le teste di Arcimboldo, i visual dei Chemical Brothers, un bel culo, Bruno Munari, la satira, Bosch e i pittori fiamminghi, il tempo passato davanti a una cascata, la club culture, le forme nelle nuvole, la cronaca locale, Armando Testa, la sincerità dei bambini, la sua psicoterapeuta, i sogni che ricorda e quelli che vorrebbe fare, Van Gogh, il Codice Seraphinianus, il trash, la cultura pop, i suoi demoni, Escher, Basquiat, la mindfulness, Albrecht Dürer, i racconti delle persone, le esperienze vissute, Gustave Doré, le perversioni umane, le facce nelle rocce, Monet, il fuoco, i disturbi dell’uomo moderno, la pausa caffè, i tronchi e i rami degli alberi, Giorgio De Chirico, le favole della buonanotte, il giardinaggio, i luoghi nascosti, le fusa dei gatti, i motivi che si ripetono, la paura, la forma degli oggetti, la luce. Un universo visivo e concettuale in continua evoluzione, dove ogni elemento diventa spunto per una nuova storia da raccontare.

Cos’è l’arte per te?

L’arte, per me, è una dimensione parallela dove il tempo si ferma e lo spazio si annulla, ad eccezione di quello dell’opera. È uno spazio meditativo e un punto di osservazione privilegiato che mi permette di guardare la realtà da una dimensione super partes e di raccontarla. Non mi interessa seguire una ricerca metodica e ossessiva su forme o soggetti specifici, preferisco raccontare esperienze, emozioni e speranze che possono trovare eco anche in altre persone. Mi piace l’idea che l’opera possa vivere di vita propria, che qualcuno la veda come puro intrattenimento e qualcun altro possa rivedere un suo vissuto da un punto di vista diverso. L’importante è che generi una reazione in chi la guarda. In fondo, l’arte è un dialogo, uno scambio continuo di emozioni e interpretazioni.

La tua arte è definita “Ironica/onirica”, due facce dello stesso anagramma. Come riesci a bilanciare questi due aspetti nei tuoi lavori?

L’onirico è presente in tutte le mie opere. A volte è un piccolo elemento, altre volte è più evidente. L’onirico trasporta l’osservatore in una dimensione senza spazio e tempo, un po’ come quella in cui sono io quando dipingo, per entrare in una connessione più intima con il quadro che ha di fronte. L’ironico, invece, è il linguaggio con cui interpreto la realtà, la natura umana e ciò che mi circonda. È un modo di affrontare anche i temi più pesanti, per alleggerire e offrire un punto di vista più libero da preconcetti e convenzioni, perché la realtà è già pesante di suo e non c’è sempre bisogno di prendersi per forza sul serio.

Hai una lunga carriera come art director e graphic designer, dove la comunicazione visiva è spesso legata a obiettivi precisi. Come cambia il tuo approccio quando crei arte per te stesso, con i pastelli e le dita sporche di colore?

A volte, il processo è sorprendentemente simile. Uno stimolo esterno mi colpisce, un concetto diventa ossessione e inizio a pensare a come rappresentarlo visivamente. È qui che la mia esperienza di art director e graphic designer si fa sentire: il messaggio è più diretto, più immediato. Altre volte, invece, l’ispirazione nasce in modo inaspettato, da un’immagine che mi fulmina, un servizio al telegiornale che mi fa girare le scatole, da una chiacchierata tra amici, da un dettaglio che cattura la mia attenzione. Come quella volta in cui, durante una serata, è venuto fuori che Los Angeles, più che una città sembra il nome di una gang di putti: il giorno dopo stavo disegnando degli angioletti con passamontagna,  tatuati con i simboli dell’età paleocristiana e delle buffe armi in mano. Oppure, quando guardando le scintille che svolazzavano nella stufa, le ho immaginate uscire dal camino e  trasformarsi in stelle che volano verso il cielo. Ed è così che, un attimo dopo, è nata l’idea per Dove nascono le stelle.

Dici di non ricercare il “bello fine a sé stesso” ma di voler creare un codice visivo diretto. C’è un’opera o una serie che senti abbia espresso al meglio questa tua ricerca?

Credo che i miei lavori con i fondi neri, come Scambiatevi un segno di pace, Prime Christmas e La Perseveranza siano quelli che riescano a esprimere al meglio questa mia ricerca. Non ci sono l’ambiente o il paesaggio ad aggiungere elementi: tutto si concentra  sul messaggio e sul soggetto.

La tua lista di fonti d’ispirazione è vastissima e spazia dalla club culture alla satira, dai sogni alla cronaca locale. C’è un elemento ricorrente che trovi sempre nella tua arte, anche inconsciamente?

Sì, elementi della Valsolda. Ogni volta che voglio fare un’ambientazione, anche senza pensarci viene fuori qualcosa legato al territorio in cui vivo. Se disegno una montagna solo in un secondo momento mi rendo conto che assomiglia a una di quelle che compongono lo skyline della valle. Se rappresento alberi o rocce o edifici capita spesso che passeggiando col cane rivedo gli elementi che ho inserito in un mio dipinto inconsciamente e li ricollego.  

Il tuo immaginario sembra intrecciare riferimenti classici come Caravaggio e Bosch con il pop, il trash e la techno. Se dovessi descrivere il tuo stile come un mix tra tre artisti o movimenti, quali sceglieresti?

Più che definire il mio stile, preferisco raccontare da chi mi sento più influenzato. Di sicuro, c’è l’arte del Rinascimento italiano e nord europeo. Poi c’è tutto il periodo dalla Metafisica di De Chirico al Surrealismo, con le sue diverse manifestazioni. E infine ci sono i manifesti, quelli delle grandi campagne pubblicitarie e quelli della club culture degli anni ‘90 e 2000, che hanno rotto schemi, convenzioni e tabù di ogni tipo. Se ti devo dare tre nomi, ti faccio quelli di Pieter Bruegel il Vecchio per la sua ironia e la sua capacità di raccontare la cultura popolare; Magritte per il modo che aveva di sovvertire tutte le nostre certezze con immagini tanto semplici quanto assurde; Laurie Lipton per la sua pungente analisi della società contemporanea.

Vuoi che i tuoi quadri scatenino una reazione, una riflessione o anche solo un momento di leggerezza. C’è stato un episodio in cui una persona ha interpretato una tua opera in un modo totalmente inaspettato?

The Octopope, il mio “Papa polpo”, è spesso percepito come una critica al sistema ecclesiastico, cosa che non mi dispiace affatto, ma in realtà è nato da un gioco, un semplice accostamento di forme tra la mitra papale e la sommità della testa del polpo. Viviamo in un epoca in cui c’è una tendenza a voler per forza schierarsi e attribuire un significato e un senso a tutto ciò che si vede… e cosa c’è di meglio che cercare di infilarsi nella mente degli artisti con voli pindarici assurdi?

Dici che l’arte è anche la più pura forma di intrattenimento. Pensi che oggi, nell’epoca dei social e dell’iper-connessione, questo aspetto venga sottovalutato o frainteso?

Secondo me si è un po’ perso il confine tra quello che è arte e ciò che non lo è, tra ciò che ha un valore intrinseco e ciò che ha un puro valore di mercato. Il continuo bombardamento visuale, i social e la mercificazione hanno dato un forte contributo. 

Ci sono elementi, simboli o pattern che tornano spesso nei tuoi lavori?

Il cavaliere è una figura che inizia a comparire spesso nei miei lavori. Per me rappresenta l’essere umano contemporaneo: una persona che indossa un’armatura (metaforica) per affrontare le battaglie quotidiane della vita. Questo cavaliere assume significati diversi a seconda dell’opera. Ne Le Quattro Stagioni, per esempio, rappresenta l’individuo alla ricerca della propria identità,nel mezzo del cammin di sua vita, che è proprio l’estate. Mentre in In pausa, il cavaliere incarna il desiderio adulto di abbandonare le responsabilità e tornare per un’attimo all’innocenza dell’infanzia. È qui che si lascia andare all’idea che “se qualcosa brucia, tanto vale lasciarla bruciare”, un atteggiamento di ribellione verso obblighi e aspettative.

Quando inizi un’opera, parti da un’idea chiara o lasci che la mano e l’istinto guidino il risultato?

A volte ho tutto chiaro in testa, altre volte solo il soggetto principale e gli altri elementi vengono man mano. Quando lavoro a matita o a carboncino mi concedo molta libertà, mentre con il pastello mi trovo a pianificare e definire un po’ di più il disegno di base prima di iniziare. 

Hai qualche progetto in arrivo o una nuova sperimentazione che vorresti esplorare?

Negli ultimi anni mi sono concentrato principalmente sulla produzione, solo da quest’anno sto iniziando a mostrare i miei lavori al pubblico. Sarò presente a due collettive a Roma e Firenze, e sto organizzando la mia prima personale a Menaggio, sul lago di Como, che sarà aperta dal 5 al 10 agosto. Ci tengo particolarmente perché rappresenta una sorta di test oltre ad essere il traguardo di questi anni di lavoro. A livello di produzione sto pensando che dovrei dedicare una serie di lavori all’insonnia, mia grande amica e alleata. 

Descriviti in tre colori.

Nero perché fa risaltare le luci, bianco perché fa risaltare le ombre e per il resto c’è solo da sporcarsi le dita.

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