SYLVIE C

SYLVIE C

Sylvie C è un’artista autodidatta dal linguaggio visivo innovativo, che unisce fotografia, grafica e il suo peculiare metodo dello StripArt. La sua identità creativa si distingue per calore, colore e benevolenza, elementi che traspaiono nelle sue opere ispirate a icone del cinema, della musica, dell’arte e della moda. Il suo percorso è iniziato con il graphic design, per poi evolversi in una ricerca artistica istintiva e meditativa. Il suo processo creativo è guidato dall’intuito, un viaggio in cui ogni immagine prende forma attraverso la sperimentazione di tecniche e materiali, con una predilezione per la carta fotografica, morbida e sensuale. Fortemente influenzata da artisti come Keith Haring, Andy Warhol e Banksy, Sylvie crea opere che fanno da ponte tra passato e presente, cercando di suscitare emozioni profonde nello spettatore. Tra i suoi progetti più significativi, la partecipazione al Festival Art de Femmes, dove ha messo la sua arte al servizio di una causa sociale, donando il ricavato a un’associazione contro la violenza sulle donne. Il suo sogno? Dare sempre più profondità alle sue creazioni e far vivere la sua arte attraverso emozioni condivise.

Chi è Sylvie dietro l’artista?

Una donna, una madre, semplice, discreta, curiosa.

Come descriveresti la tua identità creativa?

Calda, colorata, innovativa, benevola.

Qual è stato il momento in cui hai capito che l’arte sarebbe stata la tua strada?

L’emozione provata durante la mia prima mostra personale.

Ci sono stati incontri o esperienze che hanno segnato in modo decisivo il tuo percorso artistico?

Lavorare con artisti e fotografi mi ha permesso di aprire una porta. Inizialmente attraverso il graphic design, poi trovando un metodo che mi rispecchiasse, unendo grafica, fotografia e la concezione dello StripArt.

Quali sono i temi ricorrenti nel tuo lavoro? C’è un filo conduttore che lega le tue opere?

Le mie creazioni hanno come linguaggio comune le icone, quei personaggi che ammiro e che mi circondano ogni giorno attraverso la musica, il cinema, l’arte e la moda. Quando creo, non distolgo mai lo sguardo da loro, pongo un gesto benevolo, voglio essere il più vicino possibile, condividere un istante, rivelare il loro carattere proteggendoli allo stesso tempo.

Come scegli i materiali e le tecniche con cui lavori? C’è una relazione simbolica con le materie?

La scelta dei miei mezzi è avvenuta in modo naturale. Sono autodidatta in questo mondo, ho attinto dalla mia esperienza nella fotografia e nello sviluppo artistico. Il processo di sviluppo, anche se digitale, conserva qualcosa di magico. È la fase finale di un lavoro, il momento in cui una scelta e un desiderio prendono forma su un supporto tangibile. La carta fotografica è morbida, sensuale, amo il suo contatto. Da questa conoscenza è nato lo StripArt, che consente di creare una sorta di protezione, un guscio per il mio personaggio.

Il tuo processo creativo segue una struttura precisa o nasce dall’istinto e dall’improvvisazione?

Lavoro in modo istintivo. Mi siedo davanti allo schermo e lascio fluire la mia creatività… Non sono io a guidarla, è lei a guidare me. La realizzazione dello StripArt è un momento di meditazione, mi riconnetto con me stessa, entro in una bolla… Ogni volta mi sorprende: si formano immagini, colori, riflessi… è sempre un’esperienza inaspettata.

Quali sono le tue principali fonti di ispirazione, dentro e fuori dal mondo dell’arte?

L’idea nasce nella mia mente, poi inizio le ricerche: foto, video, interviste, libri, mostre… Mi avvicino al soggetto e cerco prospettive poco conosciute. Da questa ricerca emergono colori dominanti, motivi, messaggi, materiali, simboli.

Il tuo lavoro dialoga con il presente?

Il mio lavoro è un ponte tra passato e presente. Riportando in vita icone senza tempo, creo un legame tra loro e me, le invito nel mio mondo. Mi piace pensare che l’arte possa offrirci una pausa, un respiro, e che l’artista sia il filo conduttore di questa esperienza. Se attraverso il mio lavoro riesco a suscitare un sorriso, un’emozione, una gioia… allora ho compiuto la mia missione.

Ci sono artisti, movimenti o filosofie che hanno influenzato la tua visione?

Adoro Keith Haring per i suoi colori contrastanti e la semplicità del tratto, Andy Warhol per le sue serigrafie, Pierre Soulages per la profondità dei suoi neri e delle sue materie, Banksy per il suo sguardo critico sulla società, Matisse per l’audacia cromatica, il fotografo Steve McCurry per l’intensità degli sguardi che cattura, Vivian Maier per la crudezza e la realtà dei suoi scatti… e molti altri.

Puoi parlarci di un progetto o un’opera a cui sei particolarmente legata? Qual è stata la sfida più grande che hai affrontato nel tuo percorso artistico?

Il progetto che mi sta più a cuore è la creazione di un’opera per il Festival Art de Femmes. È stata venduta e l’intero ricavato è stato devoluto a un’associazione che lotta contro la violenza sulle donne. Il progetto prevedeva una performance artistica di 12 ore con 12 artiste, in un luogo magnifico, arricchito da interventi di giocolieri di fuoco, danzatrici, poetesse e DJ. La madrina dell’evento era Yoyo Maeght. Ho amato ogni fase: dall’idea alla realizzazione, la performance, gli scambi umani, il fatto di creare per una causa così nobile. Mettere la mia arte al servizio di qualcosa di più grande è stato un onore. Un’altra grande sfida è stata il lavoro su misura per i collezionisti. Creare attraverso il loro sguardo è una sfida continua, un equilibrio tra soddisfare le loro aspettative senza perdere me stessa. È un lavoro intenso e stimolante.

Come immagini l’evoluzione della tua ricerca nei prossimi anni? Hai un sogno o un progetto che speri di realizzare?

In futuro vorrei sviluppare una struttura che aggiunga ancora più profondità alle mie creazioni, apportare maggiore materia… Il mio sogno è far vivere la mia arte, condividerla, vibrare attraverso le emozioni che suscita.

Se dovessi dare un consiglio a un giovane artista che inizia oggi, quale sarebbe?

Non mi permetterei di dare un consiglio.

Intervista curata da Charlotte Madeleine Castelli

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